IL LIBRO:
La Fisiologia del gusto è un’opera curiosa come curiosa è pure la sorte che
pressoché due secoli di vita le hanno riservato.
La fortuna di un libro
spesso segue percorsi insondabili, crea – a torto o a ragione – monumenti dalla
sacralità quasi inattaccabile, oppure muta col mutare delle mode, degli
equivoci, delle intuizioni e degli abbagli. Ma può accadere anche che un libro
attraversi le generazioni lasciandosi assimilare per quello che è, senza
pretese; permettendo ad ognuno che lo incontri di prendere per sé quel poco o
quel tanto che lo affascini o che semplicemente gli serva.
Qualcosa del
genere deve essere successo anche a questa raccolta di meditazioni sulla
gastronomia.
La sua fortuna è stata probabilmente tanto nella sua brillantezza e
nella sua vivacità, quanto nei suoi limiti di opera disomogenea, a tratti
obbiettivamente confusa o addirittura pedante. Infatti non di rado un redattore,
un curatore o un traduttore è intervenuto ad esaltarne gli accenti considerati
via via i migliori, a puntellarne i meno riusciti e a nettarne i peggiori. Si è
tramandata così una sottile varietà di versioni – ognuna a suo modo gustosa –
senza neppure l’assenza, di contro, delle debite rigorose ricostruzioni
filologiche.
|